The Musical Box

PETER GABRIEL

PETER GABRIEL "III-Melt" (1980)

L'istinto, l'esplorazione, la decadenza.

ARCHIVE

ARCHIVE "You All Look The Same To Me" (2002)

Incanto, seduzione e magie senza tempo.

TEMPLE OF THE DOG

TEMPLE OF THE DOG "Temple Of The Dog" (1991)

Una band estemporanea che voleva omaggiare lo scomparso Andrew Wood, personaggio chiave del movimento Grunge e cantante dei MLB.

WAR ON DRUGS

WAR ON DRUGS "Lost in the Dream" (2014)

Arazzi fatti della materia stessa del sogno.

JONI MITCHELL

JONI MITCHELL "Blue" (1971)

Uno dei più grandi dischi folk al femminile.

  • PETER GABRIEL

    PETER GABRIEL "III-Melt" (1980)

  • ARCHIVE

    ARCHIVE "You All Look The Same To Me" (2002)

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    TEMPLE OF THE DOG "Temple Of The Dog" (1991)

  • WAR ON DRUGS

    WAR ON DRUGS "Lost in the Dream" (2014)

  • JONI MITCHELL

    JONI MITCHELL "Blue" (1971)

JOY DIVISION "An Ideal For Living" (1978)

Scritto da WES XIV. Postato in The Musical Box

Il gruppo che trasformò l'inarticolatezza e l'indeterminatezza in concrete e disturbanti impressioni dei più morbosi e intimi desideri.
Una musica fisica e lucida che ha seguito gli impulsi, i pregiudizi e le paure più incontrollabili.

 

Quella dei Joy Division è una storia che si era consumata quando ero poco più che un esserino in fase embrionale. Una storia di rumore bianco che nel breve arco di tre anni aveva trasformato uno dei tanti gruppi di adolescenti delle periferie metropolitane inglesi nella migliore promessa del post punk per gli anni Ottanta: tra il 1978 e la tarda primavera del 1980 quei quattro ragazzi avevano fatto crescere la loro musica e le loro parole a una velocità impressionante, passando dalle ultime urla del punk e dalla tecnica strumentale approssimata a uno stile unico e inconfondibile, maturando sul piano dei testi una profondità e una consapevolezza quasi aliena alla loro giovane età. Definirono in modo accurato ed esauriente lo stato d'animo di un'era, il cuore canceroso dell'Inghilterra e lo squallido futuro prospettato per le già ammalate giovani generazioni, facendo apparire le altre band 'politiche', ridondanti.
Come sempre si inizia da un luogo, da come quel luogo ti ha cresciuto, dai sogni che cadono , dalla consapevolezza che si fa avanti, dalle dimensioni che ti si stringono addosso col passare del tempo. E se quel luogo è Manchester, o meglio, se quel luogo è un agglomerato urbano intorno a Manchester, come lo è Macclesfield nel 1977, con tutto quello che il '77 si porta dietro, il paesaggio fisico e sociologico della vita di una periferia industriale va a comporsi facilmente.
Il ragazzetto eccentrico che si muove tra il negozio di dischi e la biblioteca del paese, che si aggira tra le mura di mattoni rossi delle case e le cattedrali decadenti delle fabbriche chiuse, con unghie smaltate e eyeliner alla Bowie a catalizzare la forza dei suoi occhi azzurri, con in testa i versi di Iggy Pop e Jim Morrison, ha qualcosa da dire. Anche lui, come molti suoi coetanei, si sente prigioniero di uno stato delle cose, compresso, schiacciato, per niente pronto ad afferrare la propria chance: "Only thing I'm thinking of his 'Why are we all here'?"
Inizia così, con questa contraddizione esistenziale, la voglia di andare via e il rifiuto di diventare adulti, di rivendicare il proprio spazio e il proprio tempo che dal punk estrae la rabbia, la ruggine e l'estetica sonora per trasformarsi in Warsaw, il primo vagito minaccioso del nichilismo, spettro sonoro degli incubi di Ballard.
Ma bisognava spingere di più, spingersi oltre. Ci vuole il vero esordio, il più classico dei primi passi, un Ep, il tipico taglio da quattro brani. Con i pezzi registrati ai Pennine Sound Studios di Oldham nel dicembre del 1977, "An Ideal for Living" esce in formato 7" solo nel giugno del '78, completamente autoprodotto dalla band.
An ideal è un disco fondamentale, spesso sottovalutato, perchè segna la linea di rottura, in una molteplicità di sensi, con tutto il punk del periodo. Il punk, infatti, sembra ora raggelarsi nelle distorsioni di Sumner, le ritmiche di Hook e Morris si fanno più minimali e definite, il calore delle urla scomposte di Ian che impressionano le platee si è trasformato in un cantato meno amfetaminico ma più cinico, che riesce a essere minaccioso con un scarto differente, più ragionato, più profondo.
Il nome Warsaw viene abbandonato ormai definitivamente e la scelta di quello nuovo diventa un manifesto ancora più radicale: Curtis lo trova nello straziante romanzo 'La Casa delle bambole' di Cetinsky, reduce di Auschwitz. La 'Divisione Gioia', dove viene destinata la giovane ebrea polacca Daniella era il reparto dei campi di sterminio in cui le giovanissime deportate erano costrette a prostituirsi con gli ufficiali nazisti. La 'Gioia' era quella dell'apparenza, perchè non si poteva non sorridere quando ci si concedeva agli ariani delle SS. Il nome Joy Division era provocatorio - ovviamente in una maniera più banale e infame - già nella realtà. Ed è da questo preciso momento che Ian Curtis sceglie di raccontare l'uomo attraverso i suoi orrori, la meschinità, la solitudine, la sua fragilità. Una sorta di esistenzialismo in cui convivono il ferro ed il marmo, in cui l'ago della bilancia oscilla tra il peso e la levità del nero e del bianco. Ed è una scelta lirica e sonora da un lato ed estetica dall'altro. Allora viene il nome che ricorda una sordida sfaccettatura del più grande crimine contro l'umanità, allora arriva l'utilizzazione di certe immagini e di certi simboli che fecero tacciare il gruppo di filonazismo.
La fascinazione di Curtis per la Germania era dovuta in parte all'aura berlinese dei suoi idoli Reed, Pop e Bowie, ma d'altro canto fu frutto anche dell'interesse per la storia del paese, soprattutto quella relativa al periodo nazista. Ma l'interesse verso il totalitarismo non nasceva di certo dalla simpatia politica, bensì da una matrice sociologica, la stessa di 'The Supermen' di Bowie, la dura critica a certe impostazioni nietzschiane: le forme della psicologia di massa con cui i leader indirizzano i popoli, la debolezza del gregge umano disposto a farsi guidare in direzioni 'sconosciute' o indifferenti. E anche se da questa fascinazione è nato un aspetto morboso, dovuto alle forti emozioni che inevitabilmente scaturiscono dal flirtare con una cosa del genere, questo si conferma al lato esteriore ed imponente dell'estetica di regime, da sempre, e per qualunque regime, solenne eppure aggressiva, minimale eppure simbolo della grandezza imperiale. 
Allora è possibile forse inquadrare sotto la giusta luce la copertina di 'An ideal for living': la figura del tamburino della Gioventù Ariana. La provocazione non sono più le svastiche sugli slip di Sid Vicious o la maglietta Red Brigades di Joe Strummer. La provocazione diventa il ricordarci di cosa siamo capaci. Nella figura del bambino tedesco appare chiaro chi è la vittima e chi il carnefice. Il messaggio più chiaro del mondo: guardate cosa fa l'uomo all'uomo. Un ammonimento che passa attraverso la rappresentazione di una violenza vigliacca. Un immagine esteticamente perfetta, psicologicamente devastante, emotivamente efficace. Scomoda, respingente, pura, inquietante. Come la musica dei Joy Division.

|Wes Xiv|

Tracce

 

  1. Warsaw - 2:26
  2. No Love Lost - 3:42
  3. Leaders of Men - 2:34
  4. Failures - 3:44

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