La lingua necessita di rispetto.

Scritto da The Truth. Postato in Salotto satirico

La lingua necessita di rispetto.



Le parole non sono involucri amorfi, pozze torbide e stagnanti, acque inermi da scuotere e violentare a piacimento, sicuri dell’effetto anonimo procurato dall’uso insolente e spregiudicato del linguaggio, ma sono gemme pulsanti di vita, sacche embrionali, organismi protocellulari da coltivare al fine di farli, appunto, parlare. Costruzioni semantiche, nelle quali i significati plasmano la struttura e sono a loro volta strutturati dalla stessa, modellati, cristallizzati secondo un reciproco processo di affinamento che dà origine alla creatura pensante e concatenante che è il linguaggio.

 

Pertanto non si può abusare del linguaggio come si trattasse di uno strumento anodino, poiché si ignora che la lingua pensa, ha una volontà sua propria, con una propria origine, evoluzioni e mutazioni connaturate al discorso stesso. Qualsiasi forzatura viene avvertita come qualcosa di inopportuno, di deprecabile, di sconveniente, di indelicato. È la sensazione che si coglie quando leggiamo uno scritto mal redatto, quando udiamo una persona incapace di esprimersi, quando gli acronimi e le abbreviazioni inondano le chat e gli sms. Di primo acchito siamo portati a ricondurre questo pruriginoso senso di fastidio e di insofferenza all’ignoranza del parlante, alla povertà di costrutto, all’aridità di pensiero dell’interlocutore. Ma in realtà sono altre le corde ad essere titillate. Sono gli strappi sintattici “e” semantici lungo le linee di giuntura dei vocaboli, i tagli inferti alle cuciture del linguaggio, le effrazioni alla “dimora dell’Essere”.

La lingua pretende e necessita di rispetto. È impudenza parlare di “skills” in luogo di competenze, di “job seeker” in luogo di cercatore di lavoro (con un rovesciamento di portata colossale, visto che dal prestatore di lavoro inteso nell’accezione di offerente un’attività fisica, manuale o intellettuale si passa al cercatore d’attività, quasi l’eventuale collocamento si tramutasse in una grazia, un obolo caritatevole gettato nel cesto del supplicante) o usare l’obbrobrioso “forwadare” che starebbe per “inviare”. Senza spostarsi sul terreno di quei surrogati politicamente corretti pensati il più delle volte per calare un velo etico intriso di ipocrisia e di vischioso rispetto amorale (collaboratore scolastico al posto di bidello, diversamente abile che ha sostituito disabile che ha sostituito a sua volta handicappato, operatore ecologico per designare il comune spazzino). 
“È ovvia l’osservazione”, diceva Primo Levi, “che là dove si fa violenza all’uomo, la si fa anche al linguaggio”.

The Truth