STANLEY KUBRICK "2001:A Space Odyssey"

Scritto da WES XIV. Postato in Piani Americani

Sommersi nell'infinito di una narrazione a fotogramma.

 

Cosa si può scrivere, ancora, sui film e sulla figura di Stanley Kubrick? si può aggiungere qualcosa di interessante, di utile, perlomeno sensato, alle miriadi di articoli, saggi, recensioni, studi che sono stati dedicati nel corso degli anni al regista simbolo del ventesimo secolo? Probabilmente no.
Sarebbe meglio evitare tanto la scrittura quanto la lettura, preferendo la visione - magari anche per la decima volta - di uno qualsiasi dei suoi film: da 'Lolita' al 'Dottor Stranamore', da 'Arancia Meccanica' a 'Shining', fino al sottovalutato e postumo 'Eyes Wide Shut'. Eppure, proprio all'ennesimo incontro con un suo film scaturiscono le poche righe che vi trovate davanti.
Paragonato ai fuoribordo rombanti che sono frequentemente i moderni film di fantascienza, 2001 è un film lento, che procede alla sua andatura come un grande transatlantico di una volta. Ma questa lentezza gli è necessaria per permetterci di modificare la nostra percezione, di adattarla ad uno spazio nuovo. 2001 è un film di assuefazione allo spazio, dunque notevolmente progressivo.
Gli altri film, per quanto belli siano, ci fanno spesso visitare le stelle come turisti pressati. Si ha appena il tempo di vedere il paese e di sentire cosa rappresentano questi miliardi di chilometri. Chi, oltre a Kubrick, ha cercato di farci sentire la vita in un ambiente in cui non esiste né l'alto né il basso? Abbiamo dunque il tempo di perdere i nostri abituali punti di riferimento, di girare con i personaggi e non soltanto di vederli girare sbalorditi, come alla fiera. Il tempo della proiezione si trasforma così in rituale, in estasi della lentezza. 
Proiettata verso il futuro, ma utilizzando i mezzi disponibili un'era geologica fa, la millenaria odissea dell'uomo immortalata da Kubrick - se assorbita nelle condizioni ideali - è ancora in grado di avvolgere lo spettatore in un continuum che non ha bisogno di parole. Dominano le immagini, accompagnate dal silenzio o da una colonna sonora tanto sontuosa e classicheggiante quanto irreale, esterna, saltuaria e positivamente didascalica.
Prendiamo tre momenti: gli iniziali fotogrammi desertici, che contestualizzano ''l'alba dell'uomo''; lo spazio infinito in cui si perde il corpo dell'astronauta ucciso da Hal 9000; l'appartamento bianco in cui l'unico superstite, oltrepassati i confini dell'universo, incontra sé stesso da vecchio. Tutte queste sequenze sono quasi completamente prive di colonna sonora (intesa musica più rumori più voce). O meglio, la loro colonna sonora è il silenzio. E' vero: non bisogna dimenticare il monolito nero, l'astronave dalla gravità impossibile, Hal 9000, la psichedelia madre e figlia degli anni '60, l'ottimismo dell'embrione finale. Ma quelli li avevo già notati. Ciò che stavolta mi ha ipnotizzato e catturato è stata la maestosità del silenzio. Cercatela in qualsiasi altro film contemporaneo: non ne troverete neanche il pallido simulacro.
E tutto questo, quando ancora il termine digitale era usato soltanto nei laboratori di ricerca americani.

|Wes Xiv|