DAVID CRONENBERG "A History of Violence" (2005)

Scritto da WES XIV. Postato in Piani Americani

L'umorismo nichilista della violenza.

 

Un tranquillo padre di famiglia, anonimo gestore di un bar di provincia, un giorno fa fuori due rapinatori assassini mostrando un tale coraggio che la tv ne fa una sorta di eroe nazionale, e finisce in questo modo per rovinargli la vita. Ma il problema è un altro: forse, il tranquillo padre di famiglia non è così pacifico come sembra. Forse dietro la sua identità dichiarata si nasconde un passato feroce. Forse anche lui è stato un criminale. Morale: l'America ha la violenza nel suo codice genetico, impossibile pensare di guarire. Un film limpido e feroce, lavorato sul ritmo e sui primissimi piani, per incistare l'incubo dentro la quotidianità dell'America. Il pericolo non viene da fuori, ma da dentro. Da dove meno te lo aspetti. Fra Hitchcock, Don Siegel e un fumetto di John Wagner, un film che trabocca di virus visuali, omaggia i midnight movie di una volta e incrina tutte le stolide certezze con cui siamo soliti esorcizzare la violenza che sappiamo, tutti, di portarci dentro.
E stanotte l'insonnia mi ha riportato in questo incubo, sempre più attuale, sempre più ossessivo. 
David Cronenberg, il regista dallo sguardo più estremo del cinema contemporaneo, con 'History Of Violence' ha reso emblematico un concetto da sempre confessato nei suoi film: la violenza come collante sociale che svela la sua vera natura. Che è epidemica, contagiosa, virale. Lui la violenza la vede così. Una sorta di virus che si insinua sotto la pelle. Che infetta, ammorba e si propaga in modo capillare. Non ha volto la violenza per Cronenberg. Si annida negli anfratti del non-visibile e del non-filmabile, striscia e serpeggia nelle strutture genetico-molecolari di ognuno di noi, ha anche a che fare con la carne e con il sangue, si acquatta negli uteri e negli sfinteri, cola fuori dagli orifizi del corpo e da lì si propaga nei paesaggi del mondo. La violenza, per il regista canadese, è un tema primordiale che riguarda la condizione umana. Come il sesso. Sia il sesso che la violenza sono condizioni emotive prima ancora che fisiche. Quest'ultima è ovunque, basta guardarsi attorno. E' nella natura e nella storia, è sui giornali e nelle nostre teste. E' difficile sfuggirle e non si può negare che eserciti anche una certa attrazione. Non sappiamo resistere alla tentazione di inoltrarci nelle nostre 'zone morte', di nutrirci della nostra sete di sangue, di godere dei nostri pasti nudi. Così innocenti, così perversi. Così lucidi, così indifesi. Così definitivamente parassiti della violenza da non saper nemmeno più distinguere il male e il dolore che generiamo noi da quelli che invece emanano gli altri. Perché sta proprio qui il punto della riflessione cronenberghiana: l'impossibilità di decidere e distinguere cosa è violenza e cosa non lo è, cosa è reale e cosa è solo immaginato. 'A History of Violence', certo, scava nel mito americano della pistola, nell'ossessione collettiva delle armi, nel bisogno compulsivo di cercare sicurezza e protezione dotandosi di un arsenale preventivo. E tuttavia, come sempre nei film del cineasta canadese, non è possibile individuare con certezza un responsabile o un colpevole. Né si può additare un 'untore', incolpare un capro espiatorio, dipingere un nemico e urlare a squarciagola: "è colpa sua!". La colpa non è mai di nessuno e nello stesso tempo è sempre di tutti. Bisogna avere il coraggio di posare lo sguardo là dove si scorgono paure nascoste, segreti inaccettabili, pulsioni negative: è lì che si annida quasi sempre una verità.

|Wes Xiv|