Krzysztof Kieślowski "La doppia vita di Veronica" (1991)

Scritto da The Truth. Postato in Piani Americani

Lente umana.

La lente umana, incapace di penetrare nella realtà delle cose, nella loro sostanza, nel nucleo profondo fondante le stesse, impatta sullo strato epidermico del mondo e lo schematizza a sola realtà conosciuta e conoscibile. 
Frapporre uno schermo tra noi e la realtà significa estraniarla, oggettivarla, sottoporla all’esame minuzioso del cinematografo, mettere a fuoco campi a noi invisibili e impercettibili. Spacciatrice di percezioni ingannevoli, la visione grezza dell’occhio umano viene depurata, raffinata e mondata dalla lente del cinematografo. Lente che curva la realtà, fruga tra le fitte maglie delle quali è intessuta, apre una breccia, un pertugio dal quale riesce a spillare la linfa vitale che irriga gli oggetti e il mondo. Erpice dai denti aguzzi, questa macchina demoniaca provvede a rizollare sapientemente il manto erboso che ricopre l'abitudinario, il già-noto, a portare in superficie il sostrato pulsante che alberga nel cuore delle cose. Una filatura si spiega agevole sulla crosta che riveste il visibile, scricchiola paurosamente fino a farla scoppiare.

“La doppia vita di Veronica” è un film sullo schermo che si frappone tra noi e la realtà, su quella cerniera che è collante e frontiera con ciò che ci è precluso, ciò che non è svelato. La vita di Veronica è un fuori campo umanizzato, una vita vissuta in maniera attigua e contigua al fianco di una REALTA’-ALTRA, al pari di un quadro espunto, censurato, ma adiacente all’inquadratura data in un determinato momento. Intrappolati come Veronica in una sola realtà fittizia, circoscritti da una prospettiva fenomenologica al solo mondo conosciuto e conoscibile dal sé, fondando la nostra vita sul riflesso che da esso promana, ci costruiamo un io e perseveriamo in un essere, ci barrichiamo nello spicchio di mondo a noi noto, infingarda PROIEZIONE DI NOI STESSI. Al di là di questa porzione, fuori della nostra portata, c’è un fuori campo immanente che è il mondo, l’altro da sé, l’inconoscibile, l’imperscrutabile, che solo il cinema può giustapporre con tremenda semplicità, mentre noi possiamo appena coglierne l’afflato, la presenza, lo scalpiccio leggero di sordi passi lontanamente udibili da questo lato del mondo.
Ora, mi piacerebbe spingermi un po' più in là, azzardando un'interpretazione forse un tantino forzata. E cioè che Veronica muore quando riesce a scorgere qualcosa di troppo grande da sopportare, qualcosa talmente fuori dalla portata dell'umano da non potersi più esperire attraverso la mera esperienza sensoriale. Il canale che si apre col Fuori Campo per eccellenza, con il Vero, con il Bene che ci è reso percettibile solo grazie ad una voce angelica e paradisiaca, non può che essere temporaneo e volatile. Campo e fuori campo non possono stare assieme nell'inquadratura, si delineano solo in un reciproco e vicendevole rapporto dialettico, così come la vita non può definirsi se non in funzione del suo epitaffio. L'invadenza dell'uno non può che essere la morte dell'altro. Varcare questo confine, pur avvalendosi di strumenti celestiali come fa Veronica nella sequenza sotto postata, significa toccare l'inumano, infirmare tutta un'esistenza fondata sul Campo per abbracciarne una nuova, più feconda e prolifica, in quanto preclusaci al pari di un fuori campo. Ogni fine svela semplicemente un nuovo campo di possibilità.



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