Logiche cinematografiche

Scritto da The Truth. Postato in Piani Americani

Domande.

Cosa spinge l'industria cinematografica o la televisione commerciale a promuovere e finanziare la produzione o la reiterata riproposizione di film come "Titanic"? 
Non sindachiamo sul merito del film; non ci interessa, qui ed ora, elaborare un giudizio di valore su di esso. Piuttosto è interessante indagare sul fenomeno Titanic proposto e riproposto fino alla nausea, nonché sul conseguente successo di pubblico che riesce a riscuotere a numerosi anni di distanza dall'uscita in sala.

Un sistema di potere non concede strumenti di sorta per creare un certo tipo di sapere. L'industria cinematografica non può tollerare la presenza di agenti patogeni che possono causarne l'implosione; alla stregua di un corpo animale, sopravvive solo in virtù dell'espulsione degli stessi; un mero principio di sopravvivenza lo induce a promuovere gli strumenti funzionali a questo scopo. 
Non esiste tribù che abortisca i propri interessi, non esiste corpo che si privi del proprio sostentamento. 
Patrocinato dal suo protettore, Titanic ne è lo schermo e lo sperone a un tempo. Ne assolve i precetti e ne garantisce la continuità.
Una simile efficienza trova la sua ragion d'essere nell'intreccio che è struttura portante della pellicola. Imperniato su una storia d'amore stucchevole, edulcorata sino a livelli infimi, Titanic è per forza di cose un film reazionario e conservatore (leggi: borghese). Ad ogni singola, reiterata proiezione, provvede ad assueffare gli animi, a distribuire una nuova razione di stati affettivi esasperati. E questo processo non è mai unilaterale, ma necessita di una dualità, di un gioco reciproco tra spettacolo e spettatori. Spettatori accondiscendenti si elevano a parte del film, i sentimenti degli uni sono il riflesso dell'altro, le sensazioni di questi sono proprie di quello. Innestati sulla pellicola ed in simbiosi con essa, intonano la sua melodia, si nutrono dei suoi sospiri. Con avidità i loro occhi si tuffano in questa sorgiva, ne attingono la loro, personale dose di emozioni aromatizzate, rimpolpate. Alimento prolifico di sensazioni TRATTATE.

In questo senso se è vero che una classe dominante deve conferire ai suoi dettami, ai suoi schemi, ai suoi regolamenti un'aura di universalità è proprio in quanto classe dominante. E deve avvalersi di ogni strumento necessario a far sì che tutti convergano verso un unico punto di fuga - il suo. Una classe che inserisce di continuo in palinsesto un film come "Titanic" trova evidentemente in quest'ultimo un utile sostegno, e tale "supposizione" è avallata dall'esatto ragionamento simmetrico: nessun film impopolare o nel quale covi un granello latente di sovversione troverà mai posto nella programmazione televisiva. Ancora una volta, non sindachiamo sul merito del film, ma sul processo del quale si fa coadiuvante. Un film non può innestarsi su un processo se non ne ricalca l'impronta, se non ne è il calco, se non detiene quella predisposizione utile a far presa sullo stesso. Si registrerebbe un attrito, uno scompenso cui porre rimedio mediante diretta amputazione dell'organo infetto. Questa sincronia, questo accordarsi con la macchina, questo "far-macchina" consente di acclarare senza ulteriori dimostrazioni lo spessore risibile di un film del genere.

Con simili premesse, è il momento di interrogarsi sul tema di fondo spalleggiato e promosso da un film di questo tipo: l'amore, QUESTO amore, questo amore post-moderno, tanto volgare quanto popolare (leggi: che concerne il popolo); questo amore che echeggia dal ventre dell'uomo, che non ha nulla di lirico, di poetico; nulla di planotico o di vagamente idilliaco; nulla che ricordi il carteggio tra Kafka e Felice; questo amore, dico, tradisce il suo proprio statuto ontologico: l'amore è un sentimento piccolo-borghese.

The Truth