Stan Brakhage "Desert" (1976)

Scritto da The Truth. Postato in Piani Americani

Il Cinema mostra la realtà arida che ci abita.

Se il cinema assurge a criterio di verità, allora non consente soltanto di filtrare la realtà, epurandola di tutte le scorie e di quel velo fittizio che l’attanaglia, restituendocela sotto un’ottica più linda, corretta e purgata in virtù del plasma vitale di cui è imbevuta la pellicola. Un’immagine refrattaria non è sintomo della limitatezza del mezzo, bensì, in maniera simmetrica, rivela l’imperscrutabilità ontologica di quest’ambiente, la sua intrinseca inaccessibilità. Il cinema afferma positivamente ed afferma negativamente: si tratta pur sempre di asserzioni, due differenti statuti di realtà. 
Pertanto esso è paragonabile a un dardo fiammeggiante scagliato nella notte: lacerando la tela nera che va a squarciare, irradia la propria luce sul circostante, conferisce pienezza ed esistenza alle cose, attributi in precedenza a noi preclusi dal manto oscuro che le avvinghiava. E purtuttavia non accarezza ciò che è riposto in reconditi anfratti, imperscrutabili in virtù della loro stessa condizione. 
Così il deserto è recalcitrante ad un qualunque tipo d’analisi. Insofferente al processo di epurazione della filigrana, restituisce un’immagine fumosa, annebbiata, inconsistente. E non perché il deserto sarebbe il luogo del potenziale incontro con Dio, spazio privilegiato dell’ascesi che incarna la spiritualità più pura, insuscettibile d’essere mediato da un qualunque mezzo artificioso. Affatto. È il deserto che abbiamo dentro.

Il cinema mette a nudo noi stessi, mostra la realtà arida che ci abita, spogliata di ogni fregio, senza alcuna superfetazione od orpello. Così si fanno progetti, ci si rifugia in un’ideale, in un obiettivo, in una donna come in un’opera, senza riconoscere che ci portiamo dietro dei deserti, e che le oasi avvistate in lontananza non sono altro che miraggi, spettri, realtà sovrasensibili da noi costruite artatamente per renderci più sopportabile questo immanente vagabondare. Fantasmi, al pari delle immagini fluide e indistinte che compaiono di sfuggita nella pellicola, spiriti vagabondi che non si lasciano afferrare dalla morsa della macchina da presa.
In una prospettiva così desolante, un bagliore albeggia all’orizzonte, una scintilla di speranza brilla negli ultimi, commoventi secondi di pellicola. Testimoni di una vera transustanziazione, assistiamo ad un evento che ha il retrogusto di miracoloso: il sole si scioglie in pochi attimi lasciando spazio ad sagoma che solo lontanamente lo ricalca, ai contorni di quella che in molti, senza colorare il termine di retorici significati religiosi, definiscono anima.

The Truth