LI CHIAMARONO BRIGANTI (1999)

Scritto da Nicola Donadio. Postato in Piani Americani

I delitti e la storia dimenticata (e censurata) dell'Unità d'Italia e della lotta al brigantaggio.

 

- Regia, soggetto,scenggiatura: PASQUALE SQUITIERI.

- Cast: ENRICO LO VERSO, CLAUDIA CARDINALE, REMO GIRONE, FRANCO NERO, LINA SASTRI, BRANCO TESANOVIC.

- Durata e produzione: 129 MIN, VIDI, ITALIA.

Lo Stato italiano unitario si è sempre legittimato di fronte a richieste di autonomia o a minacce esplicite di sovversione mantenendo nascosta all’opinione pubblica la vera storia dell’Unità, che nel Mezzogiorno fu paragonabile ad una vera e propria colonizzazione, accompagnata da delitti e da operazioni militari insensate e condotte da personaggi senza scrupoli. D’altra parte, poi, si sa, i vincitori scrivono la storia, difficilmente i vinti hanno diritto di replica.
Questo tipo di censura è testimoniata sia dal modo superficiale e privo di validità storica con cui viene trattato il fenomeno del brigantaggio nelle scuole, sia dalla censura ricorrente, come nel caso del ritiro dalle sale cinematografiche del film Li chiamarono briganti, diretto nel 1999 da Pasquale Squitieri.
La linea conduttrice di questo film potremmo definirla di matrice “revisionista meridionalista”. Si tratta della storia del brigante lucano Carmine Crocco e della sua banda. Per evitare fraintendimenti meglio dire subito che il film è di parte, soprattutto perchè non rappresenta il brigantaggio anche come fenomeno di criminalità comune, ma tende sempre a dargli un taglio epico, come se i briganti fossero usciti direttamente da un western di Sergio Leone (a cui il film è dedicato). In ogni caso, come si dice nel film, l’avvento dell’Unità ha lasciato alla gente del sud una sola scelta “o si diventa brigante o si diventa emigrante”, o tutti e due, si potrebbe aggiungere.
Crocco ebbe un’infanzia difficile, dovette badare da solo alla famiglia. Il giovane Carmine aveva già commesso un delitto d’onore quando divenne, da latitante, combattente garibaldino, che era la strada più breve per giungere ad un’amnistia. Rimasto deluso, da un lato perchè incarcerato al raggiungimento dell’Unità, dall’altro perchè si era accorto che non aveva combattuto per la Repubblica ma per i Savoia, il brigante del Vulture scelse la strada della rivolta clandestina. Più in generale, lo Stato unitario pesò da subito sulle popolazioni meridionali, con nuove tasse su beni di sopravvivenza, aumento dei prezzi, aggravarsi della questione agraria e, politicamente, con il sentimento di un potere lontano e oppressivo. Queste due istanze si unirono ben presto e il brigantaggio prese piede tra le fila contadine. 

Squitieri ha scelto di giocare continuamente col contrasto tra l’ambiente grigio ma lussuoso dei palazzi degli uomini di potere e la vita nella clandestinità e nella miseria dei briganti e della popolazione. Difatti il film mostra una serie di scene molto forti: rastrellamenti e rappresaglia da parte dell’esercito regio sui civili, rei di stare dalla parte dei briganti, stupri da parte dei carabinieri, sequestro dei beni alimentari ai già disastrati contadini lucani, esecuzioni sommarie e chi più ne ha più ne metta. Non si tratta di finzione filmica, ma di fatti storici, storicamente documentati; che poi questo vada a rafforzare le tesi portate avanti dal regista poco importa, a patto che non ci si dimentichi della duplice spinta del brigantaggio: per un verso spinta ideale alla rivolta sociale, per l’altro spinta individuale alla ribellione contro l’autorità. 

 

Già da sola la volontà di censurare la pellicola dimostra un certo timore reverenziale del regime (monarchico prima e repubblicano poi) nei confronti dei fatti raccontati. Questo non fa accrescere la qualità tecnica dell’opera, ma Li chiamarono briganti resta comunque un film da vedere, una parte della nostra storia da recuperare, senza pregiudizi e dogmi da parte di nessuno.

Nicola Donadio