IL DOCUMENTARIO (parte I): Il mio viaggio in Italia (1999)

Scritto da Nicola Donadio. Postato in Piani Americani

Il documentario metacinematografico: Scorsese racconta il cinema italiano, tra pragmatismo e poesia.

 *Regista: Martin Scorsese

*Produttore e durata: Giorgio Armani, USA, Italia, 246 min.

*Montaggio: Thelma Schoonmaker

 

 

Dal centro di New York, uno Scorsese emozionato e partecipe racconta il suo rapporto con l'Italia e l'influenza  dei più grandi registi italiani del dopoguerra sulla sua opera.

La struttura del documentario è, in linea di massima, suddivisa per registi. Il preambolo è però sulla vita a New York nell'immediato dopoguerra, in una famiglia italiana immigrata in America ormai da qualche decennio. I nonni della famiglia Scorsese rivedevano improvvisamente la propria Terra nei film del neorealismo, ma vedevano anche le macerie della guerra e del nazismo. Quando certi film erano dati alla televisione, le emozioni prendevano il sopravvento e il giovane Martin cominciava a capire le sue vere origini.

ROBERTO ROSSELLINI

Primo tra tutti non possiamo che trovare Rossellini. Fu sicuramente il regista più attivo negli anni seguenti alla fine della guerra. Paisà, Roma città aperta, Germania anno zero, Scorsese è innamorato dei primi film neorealisti, li racconta con minuzia da critico e con passione da spettatore, analizzandoli scena per scena, senza mai diventare pedante. A differenza della gran parte della critica recupera ad un dibattito sereno anche il resto dell'opera del regista, dai film con Ingrid Bergman (Europa '51 e Stromboli terra di Dio) fino ai lavori più televisivi e di matrice religiosa (a Francesco giullare di Dio viene dato ampio spazio). Un discorso a parte viene dedicato a Viaggio in Italia, l'evoluzione più riuscita del neorealismo, il film che influenzerà più di tutti la Nouvelle Vague e tanta cinematografia italiana, europea e internazionale. Ne parleremo ancora in seguito.

Rossellini è descritto quindi come il regista del neorealismo che più di tutti ha saputo reinventarsi e ha saputo soprattutto reinventare il suo cinema nel tempo.

IL CINEMA EPICO

Il polo opposto del cinema italiano era il filone epico. Il paradosso che Scorsese sottolinea è quello per cui il massimo del realismo e il massimo della "fiction" (Fabiola, La corona di ferro, il cinema di Blasetti) riuscivano a convivere nella stessa cultura. Proprio quel cinema epico fu una bella scoperta per quel giovane cineasta newyorkese, d'altronde la cultura e la storia americana sono troppo giovani per ambire a raccontare le civiltà classiche che invece sono la storia stessa del nostro Paese. 

VITTORIO DE SICA

Vittorio De Sica a differenza di Rossellini arrivò al neorealismo già come divo e star del cinema. Istrionico e donnaiolo, sembrerebbe non avere lo stesso rigore cinematografico di Rossellini. In realtà, già con Sciuscià dimostrò tutto il suo talento anche come regista, ben sorretto da uno sceneggiatore come Zavattini. Con un pizzico di invidia Orson Welles affermò che in questo film la macchina da presa praticamente scomparì, trasformando la storia dei bambini della Roma del dopoguerra in un film unico che ha commosso Scorsese e chissà quanti altri milioni spettatori. Il film successivo, Ladri di biciclette è forse l'apice del neorealismo, una storia elementare, quotidiana ma di una umanità inarrivabile. Si tratta del film neorealista che ha riscosso più successo nel mondo, ma che venne probabilmente scavalcato da Umberto D in semplicità e melodramma, era il 1952 e anche per De Sica si stava chiudendo un ciclo. Negli anni '50 continuò a fare l'attore nei film della serie Pane amore e.. , confermando la vocazione italiana (e soprattutto napoletana) ad oscillare con naturalezza tra tragedia e commedia. Anche da regista, con L'oro di Napoli confermò questa capacità, e in particolare in due degli episodi in cui il film è diviso, Pizze a credito e Il giocatore, Scorsese percepisce  quell'equilibrio perfetto tra generi che ha un chè di miracoloso.

Dunque se Rossellini è stato in continua evoluzione, De Sica ha avuto il grande merito di mantenersi in equilibrio costante tra modi diversi di fare cinema e generi piuttosto distanti.

LUCHINO VISCONTI

Visconti ha rappresentato invece una figura particolare nell'ambito del movimento neorealista. Aristocratico, comunista, a differenza dei suoi due illustri colleghi non ebbe mai bisogno di lavorare fino a quando si avvicinò al cinema. Sfruttando le sue conoscenze tra le elite europee, diventò assistente del grande regista Jean Renoir. Erano gli anni del Fronte Popolare in Francia, e qui, con Renoir, Visconti sviluppò la sua visione politica e si innamorò del cinema. Al rientro in Italia realizzò Ossessione (siamo nel '42), il film che più di tutti stimolò il metodo di lavoro dei film del neorealismo. Ispiratosi al libro Il postino suona sempre due volte, Visconti aggirò la censura pur parlando apertamente della vita quotidiana della classe lavoratrice e della provincia italiana. Il melodramma non ha intaccato l'attenzione ai dettagli e allo stile, il vero marchio di fabbrica di Luchino. Scampato alla fucilazione, nel 1946 partecipa alla realizzazione di Giorni di gloria, un film in cui sono addirittura mischiati documentario e finzione e che racconta la rabbia verso alcuni personaggi legati al regime fascista, nel momento della sua fine. Comunque, il suo film più realista reta certamente La terra trema, trasposizione nella Aci Trezza degli anni '40 de I Malavoglia, realizzato interamente con attori non professionisti che parlano esclusivamente in dialetto. A differenza del romanzo non c'è niente di sovraumano a remare contro i pescatori, è il capitalismo e lo sfruttamento dei padroni a rendere impossibile la vita degli ultimi. Si trattò di una sorta di estrema rappresentazione del neorealismo, addirittura sotto la forma di un falso documentario. Questa estremizzazione rendeva i passi successivi particolarmente difficoltosi. Visconti uscì dall'impasse con un capolavoro come Senso, tratto da una novella di Boito, ambientato nella Venezia dell'occupazione austriaca e che rappresenta il "neorealismo del passato", un modo originale per raccontare la crisi delle aristocrazie europee, ormai tagliate fuori dalla storia. L'attenzione a quel suo mondo aristocratico continuerà fino alla fine dei suoi giorni. All'epoca dell'uscita (1954), Senso fu però visto da molti come un tradimento dei dettami neorealistici; oggi possiamo comunque rintracciare la coerenza di Visconti nel suo stile, tra il teatrale e il musicale, frutto della sua passione soprattutto per l'opera, oltre che per il teatro, che egli stesso contribuì a rivoluzionare in quegli anni.

In sostanza Visconti superò il neorealismo in quanto si rese conto che il massimo del realismo poteva essere ottenuto solo attraverso l'artificio cinematografico.

FEDERICO FELLINI E MICHELANGELO ANTONIONI

Fellini collaborò con i registi del neorealismo, come attore, sceneggiatore e assistente. Ma il suo cinema era da subito diverso: autobiografico, soggettivo, sognante, un mezzo per evadere dalla realtà. I vitelloni, La strada e Le notti di Cabiria lo portarono al successo del grande pubblico. La dolce vita però fu lo spartiacque che lo trasformò in un maestro, i tempi erano cambiati, le macerie della guerra erano state sostituite dalla vita frivola e mondana della Capitale, Roma città aperta era un ricordo lontano. Anche Viaggio in Italia era distante, il film di Fellini è di immediata comprensione, non ha quel tocco intimistico del secondo Rossellini. 

Fu Antonioni a cogliere il messaggio di Rossellini, anche se in maniera diversa rispetto ai "giovani turchi" dei Cahiers du cinema. L'avventura è l'antagonista de La dolce vita. Si tratta di un film che entra nella vita noiosa dell'alta borghesia. Tutto: dalle inquadrature, all'ambientazione, fino alla definizione perfetta del bianco e nero, è teso a simboleggiare lo smarrimento e l'isolamento dei personaggi. La protagonista della storia scompare presto dal film; questo avvenimento crea una tensione altissima, e il fantasma di Anna, la scoparsa, aleggia sempre sulle vite degli altri personaggi. L'avventura è parte di una trilogia con La notte ed Eclisse. I temi di Antonioni sono sempre simili, ma la forza del regista ferrarese è la capacità di riportare il cinema al potere intrinseco delle immagini, con magnifici primi piani, stratagemmi tecnici per creare spaesamento nello spettatore. Eclisse è emblematico in proposito, l'incomunicabilità regna, in un mondo arido, devastato dal materialismo ossessivo e dai ritmi frenetici della società dei consumi e della finanza. La ricerca è incentrata sulle "tracce di sentimenti", quindi solo ciò che ne resta. Antonioni rientra in quella cerchia di registi che negli anni '60 esplorò le nuove frontiere del cinema: Godard, Cassavetes, Bergman, Resnais (solo per fare qualche esempio) erano continuamente in evoluzione,spronandosi l'un l'altro e spingendosi a migliorare continuamente.

Scorsese chiude il documentario con 8e 1/2 di Fellini, il film che lo ha influenzato più di tutti come regista. Guido, il personaggio di Mastroianni (alter ego di Fellini) è in crisi di ispirazione e cerca di realizzare il suo ottavo film e mezzo (che era un episodio di un film di gruppo) proprio come il regista romagnolo. Comincia un viaggio in un flusso di coscienza visivo, senza precedenti. Scorsese paragona il film a La recherche di Proust, un viaggio nell'infanzia, una sorta di sogno che spesso si trasforma in un incubo per poi tornare ad un tono leggero improvvisamente. Il finale è aperto, così come il processo creativo, Guido lo capisce. "Un atto di amore per il cinema" così glissa Martin Scorsese sul capolavoro felliniano.

Il mio viaggio in Italia ha una funzione pedagogica, difatti il grande cineasta americano si rivolge ai giovani così, nel finale del film: "Chi è giovane percepisce la storia del cinema come una sorta di imposizione; di solito viene voglia di vedere un film perchè è qualcun'altro a parlarcene e io sto cercando di dirvi che ho visto questi film. Non ho letto le critiche, non li ho studiati all'università, mi hanno influenzato e dovreste vederli". Parole semplici, che seguono ad un modo di raccontare altrettanto scorrevole e colloquiale, ma con un tocco di lirismo che rende giustizia alla grandezza di certi personaggi e di certi capolavori.

Nicola Donadio