Area 51

PORTISHEAD

PORTISHEAD "Third" (2008)

L'oscuro triP-ho|P| di Bristol tra 'purezze' industrial e percussioni angolari, a disegnare babilonie melodiche spiazzanti ed indimenticabili. 

MOUNT EERIE

MOUNT EERIE "Sauna" (2015)

Sospesi dentro il mistero dell'esistenza.

THE BREATHING EFFECT

THE BREATHING EFFECT "Mars Is A Very Bad Place For Love" (2015)

Uno scorcio cinematografico su Marte, tra Coltrane e gli Air.

THROBBING GRISTLE

THROBBING GRISTLE "20 Jazz Funk Greats" (1979)

Lo specchio sonoro di un mondo disumanizzato dalla brutalità.

ASH RA TEMPEL

ASH RA TEMPEL "Schwingungen" (1972)

Le ceneri, un dio egiziano e poi... un ristoro lisergico nello spazio.

  • PORTISHEAD

    PORTISHEAD "Third" (2008)

  • MOUNT EERIE

    MOUNT EERIE "Sauna" (2015)

  • THE BREATHING EFFECT

    THE BREATHING EFFECT "Mars Is A Very Bad Place For Love" (2015)

  • THROBBING GRISTLE

    THROBBING GRISTLE "20 Jazz Funk Greats" (1979)

  • ASH RA TEMPEL

    ASH RA TEMPEL "Schwingungen" (1972)

MILES DAVIS "Bitches Brew" (1970)

Scritto da WES XIV. Postato in Area 51

Scorci di una torrida giungla chiamata Miles.

 

Con questa saranno 25 le estati senza Miles Davis. E le ristampe e i cofanetti della Sony dedicate al più visionario trombettista di ogni tempo non si contano più. Ma se di solito la sovrabbondanza provoca una naturale saturazione del mercato e l'inevitabile irritazione dei fruitori di musica, nel caso del Divino Miles questo rischio non si corre. Tutt'altro. Perchè Davis ha passato la vita ad accelerare il jazz, a segnarne le tappe aprendone nuove e fissando intuizioni altrui. E' stato protagonista assoluto della musica afroamericana per quasi mezzo secolo: dagli esordi al fianco di Charlie Parker nella metà dei '40, alla svolta 'cool' del 49-50: dai primi gruppi hard bop dei '50 fino alla consacrazione del genere modale con 'Kind Of Blue' (1959); dagli incredibili combo capitanati nei primi '60 fino alla mitica registrazione del '68: 'Filles De Kilimanjaro', dove Davis iniziç a piantare altri semi per il futuro, un futuro nient'affatto lontano. Nel volgere di pochi mesi, infatti, tali intuizioni si concretizzeranno in una delle svolte più influenti della musica degli ultimi decenni, il cosiddetto 'Jazz Elettrico': una definizione certamente stretta, insufficiente, ma che ormai tutti hanno accettato per convenzione. Si trattç di un nuovo, affascinante e coraggioso capitolo della musica nera, uno 'stil novo' destinato a sovvertire le certezze dominanti sino a quel momento e i cui 'input' si fanno sentire tutt'ora. Bisogna soltanto fare attenzione nel distinguere i numerosi epigoni fusion seguiti dall'esperienza davisiana, fatta propria da un gran numero di musicisti, molti dei quali così in malafede (modaioli, calligrafici) e così scarsamente creativi da contribuire, purtroppo, ad imbarbarire il genere, facendolo precipitare in un cul de sac fatto di decine e decine di album insipidi e tutti uguali.
Insomma, per farla breve, dopo Davis certe cose non sono state più le stesse. Se le 'scandalose' anticipazioni elettriche effettuate in alcune tracce del Kilimanjaro fecero urlare di rabbia i soliti talebani del jazz, con le successive uscite discografiche Davis fu addirittura ripudiato (!). A partire da 'In a silent way', attraverso il quale il trombettista di Alton pareva essersi definitivamente dimenticato (ma solo in apparenza) dei decenni precedenti: il suono del piano acustico e la leggerezza ritmica parvero di colpo scomparire. La geniale intuizione davisiana fu quella di aprire gli occhi su quanto stava accadendo nella seconda metà dei movimentati anni '60, un'epoca in cui il Rock - definito dai puristi e da gran parte dei jazzisti musica di serie B - iniziava invece ad indossare i pantaloni lunghi (Hendrix, Zappa) e il soul vedeva l'affermarsi del funk di James Brown
L'originale sincretismo culturale messo in opera da Miles Davis diede origine a una magica miscela esplosiva fatta di ritmi a multistrato dove sembrò scomparire l'impulso swing. Impressioni, solo impressioni: pianini elettrici e organi in contrappunto, chitarre acide, giri armonici non più rigidi ma febbrilmente aperti, alla stregua di gran parte delle musiche folcloriche del 'terzo mondo'. Con i tempi ad elasticizzare in 'avanti' e 'indietro' a mo di mantice di fisarmonica. 
Era "Bitches Brew". La definitiva consacrazione della 'svolta elettrica'. E niente fu più come prima. Davvero spaventoso il solco tra questo disco e quanto era accaduto al jazz sino a quel momento. Apparenze. Impressioni. Seppur criptate, infatti, le radici facevano capolino nei momenti più imprevedibili: si doveva (deve) solo drizzare le antenne, un po' come capitava nei film di Hitchcock quando il regista si divertiva a fare delle apparizioni random nel bel mezzo della pellicola e non sempre si riusciva ad individuarne la sagoma tornita. 
Danze demoniache come i sogni-incubo rivelatori di Lynch
Questo fu "Bitches Brew". Una paura del nuovo ignoto con la nostalgia di un passato ancestrale chiamato Africa.

|Wes Xiv| 

  • Tracklist

Disco 1

  1. Pharaoh's Dance
  2. Bitches Brew

Disco 2

  1. Spanish Key
  2. John McLaughlin
  3. Miles Runs The Voodoo Down
  4. Sanctuary
  5. Feio



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